Kenya: far fronte alla povertà con l’istruzione!
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St. Hellen – Hellena Mundia organization è il nome che si è dato un piccolo gruppo di famiglie cristiane appartenenti al rango medio della società africana, del distretto di Embu, per far fronte al problema dei tanti bambini orfani o abbandonati della comunità di Nginda. Nei loro censimenti hanno stimato circa 88 bambini orfani o abbandonati, senza un futuro migliore. La possibilità di far fronte a questa povertà sia economica ma anche culturale viene data dall’istruzione, dalla possibilità cioè di poter andare a scuola. In Kenya, infatti, sono presenti molte scuole per bambini, è il modo del governo per aiutarli, ma è possibile accedervi solo se provvisti di divisa scolastica e materiale scolastico. Nella grande povertà tanti, tantissimi bambini non possono frequentare la scuola perché il più delle volte faticano anche a trovare il sostentamento per vivere nel quotidiano, figuriamoci trovare i soldi per una divisa scolastica. L’intento dell’organizzazione africana è proprio quello di offrire un aiuto pratico a questi bambini, che già sono carichi di sofferenza, ma ricchi di umanità. Con il nostro supporto, infatti, l’obiettivo è quello di offrire la possibilità a questi bambini di avere un’istruzione per poter quindi cercare in futuro un lavoro e una vita migliore, per dare loro dignità.
Arriviamo nel paese di Embu carichi di entusiasmo, pieni di amore e voglia di poter fare qualcosa di diverso per questo mondo. Il nostro gruppo è composto da 9 persone: 9 persone che desiderano pensare ad un futuro diverso per i bambini che andremo ad incontrare, 9 persone sensibili alla sofferenza e che hanno deciso di non guardare dall’altra parte.
Veniamo accolti dal nostro referente locale, Bernard che ha minuziosamente organizzato il nostro arrivo e la nostra visita: siamo accolti con sorrisi e calore e, non di meno, dalla bellezza sconfinata dell’Africa, un insieme di colori, sfumature, profumi e sensazioni che arrivano fino al cuore, creando con ognuno di noi fin da subito un legame forte.
Mbeere è la località dove incontriamo i bambini, nel distretto di Embu: dapprima 5, poi 10 e poi ancora altri bambini ci vengono incontro, curiosi di sapere chi eravamo, desiderosi di venirci incontro, di salutarci e i più piccoli di farsi prendere in braccio. Veniamo stupiti dai sorrisi immensi di bambini che, nel loro niente, sembrano aver trovato tutto il necessario per sentirsi sereni nel mondo, per essere in contatto con loro stessi, senza soprattutto tutti i problemi della comunità occidentale. Qui il problema principale è trovare da mangiare, andare a scuola ed essere un buon cristiano. I bambini orfani con cui veniamo in contatto sono accolti dalle famiglie del luogo che li hanno presi in carico, proprio per non creare altra fame e delinquenza, perché tutti desiderano un futuro migliore. Bambini di qualche mese sono presi in braccio dal fratello o dall’amichetto di qualche anno più grande, sorridono insieme al nostro arrivo, corrono verso di noi, senza chiedere nulla ma dando tutto in cambio: ti aprono le braccia e ti riempiono di calore. In un attimo sei rapito da questa bellezza e tutto quello che ti sei portato dall’Italia, problemi, pensieri, ansie ecc, sparisce di colpo. Questi sorrisi sono talmente infiniti che non lasciano spazio all’ansia, non lasciano spazio ad altro se non al desiderio forte dentro ognuno di noi di esserci, di poter dare e poter fare. In un pomeriggio di sole noi adulti siamo stati circondati da uno spirito puro, alto nel suo significato, che solo i bambini possono trasmetterti: e allora cosa sono per noi quaderni, gognometri, matite, penne e vestiti che abbiamo portato? Un lusso che possiamo regalare per poter regalare un futuro migliore.
Visitiamo anche le case di alcuni di questi bambini: chi abita in lamiere, chi in capanne costruite con il fango: all’interno troviamo un letto con dei fili sopra i quali vengono stesi tutti panni, a volte se hanno la possibilità una sedia ma nulla più. La cucina è creata in un angolino dove viene acceso il fuoco, per terra e per terra vengono messe le ciotole con del riso da mangiare, chi ne ha la possibilità. Martin, un ragazzino di 11 anni inizierà la scuola secondaria: vuole fare il medico da grande, per poter aiutare le altre persone. Ci apre le porte della sua casa, con timidezza e imbarazzo ci lascia entrare e di colpo avvertiamo tutti una sensazione fastidiosa: proviamo quasi irritazione nel pensare a chi, come noi, ha tutto ma manca sempre tanto. Martin insegna. Martin ci fa vedere oltre le nostre barriere per scontrarci con i valori puri. Visitiamo anche una piccola piantagione di the e caffe che, con il duro lavoro, aiuta le famiglie del distretto: ci si auspica in futuro di poter prendere una piantagione più grande, per poter aiutare con il ricavato più bambini.
Anche a Nairobi incontriamo una situazione difficile. Naomi è una bimba che sosteniamo che è andata a vivere a Nairobi dallo zio: la mamma infatti, originaria di Embu, è morta qualche mese fa per malattia e ha lasciato soli Naomi e altri due fratelli. Lo zio di Naomi risiede nelle baraccopoli di Nairobi e ha deciso di accogliere anche i tre orfani. Vivono in una casa di lamiera di 2 metri per 2 con altre 4 figlie dello zio. Il nostro referente ci porta a vedere la casa dopo aver chiesto il permesso al boss del quartiere: è molto pericoloso per un bianco entrare e non possiamo farlo tutti insieme. Quello che vediamo è simile quasi ad una discarica, dove ogni rifiuto, organico e non, viene lasciato per strada, dove le case sono tutte di lamiera, chi le ha, e sassi, dove ogni sorriso finisce nel degrado del quartiere e dove la speranza di avere una vita migliore fatica a maturare.
Ma portiamo nel cuore il desiderio forte di poter cambiare nel piccolo qualcosa, di aiutare anche con poco questi bambini che hanno il futuro dell’umanità nelle mani, di sostenerli il più possibile e nel farlo, quasi come ricompensa, il nostro cuore si solleva.