Libano: aggiornamento progetti 2° semestre 2017
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Progetto “Si alla vita” e “Un pasto per tutti”

Di tutti i Paesi confinanti con la Siria, il Libano è stato il più colpito dall’esodo dei siriani in fuga dalle violenze del loro Paese.

A sette anni dalla crisi, i rifugiati siriani in Libano stanno trovando sempre più difficile uscire dalla loro condizione di estrema povertà e sono sempre più dipendenti dagli aiuti internazionali. Secondo i risultati di una nuova indagine dell’UNHCR, UNICEF e WFP, oltre la metà dei rifugiati vive in condizioni di povertà estrema e oltre tre quarti vive sotto la soglia di povertà. La valutazione annuale della vulnerabilità dei rifugiati siriani (VASR) rivela che il 58% delle famiglie vive attualmente con meno di 2,87 dollari a persona al giorno.

I rifugiati siriani in Libano sono costretti a chiedere denaro in prestito per acquistare del cibo, coprire le spese sanitarie e pagare l’affitto. Il rusiltato è che nove rifugiati su 10 sono indebitati. Ottenere una residenza legale è quasi impensabile, così come è davvero molto difficile registrare i matrimoni, trovare un lavoro quotidiano, mandare i figli a scuola o accedere all’assistenza sanitaria. Pensate che il 74% dei rifugiati siriani intervistati, di età pari o superiore a 15 anni, non ha una residenza legale in Libano.

L’afflusso massiccio di rifugiati dall’inizio della guerra in Siria nel 2011 ha aumentato la pressione sull’economia e sulle infrastrutture del Libano e sebbene questo Paese abbia mostrato una notevole generosità, la crescente competizione per posti di lavoro e le risorse stanno alimentando le tensioni tra le comunità di accoglienza libanesi e i rifugiati siriani.

Il Libano ha vietato la costruzione di campi formali per i rifugiati siriani, costringendoli  a vivere in garage, magazzini, tende, edifici incompiuti e capanni per gli animali. Un numero crescente di rifugiati manca di adeguata registrazione anagrafica, ha una libertà di circolazione limitata e uno scarso accesso ai servizi di base, oltre ad essere più esposto a un maggiore rischio di molestie e sfruttamento anche per quanto riguarda il lavoro minorile.

La violenza e la scarsa sicurezza lungo il confine tra Libano e Siria, in particolare ad Akkar e nella valle settentrionale della Bekaa, rendono difficile l’accesso umanitario e l’assistenza. Le violenze hanno anche portato a politiche sempre più restrittive – inclusi sgomberi dei profughi, incursioni della polizia, maltrattamenti e restrizioni dei movimenti.

L’Associazione “Oui pour la Vie” attraverso il Progetto “Un pasto per tutti”, prosegue con costanza l’impegno di offrire il cibo a rifugiati e libanesi di ogni religione.

Le volontarie di OPV hanno deciso di suddividere i beneficiari in due diversi gruppi in modo da ottimizzare i risultati del progetto, senza dover allargare la superficie del locale cucina o aumentare il numero di personale coinvolto e di strumenti utilizzati. Un gruppo è formato dalle persone che possono raggiungere la cucina in autonomia e ritirare il loro pasto personalmente, l’altro, invece, è formato dalle persone che non possono muoversi, soprattutto anziani soli, ai quali OPV consegna il pasto a domicilio.

I risultati che OPV sta raggiungendo attraverso questo progetto sono molto importanti anche dal punto di vista della solidarietà che unisce le persone.  Alcune famiglie, per esempio, condividono i loro pasti con i vicini che sono a loro volta in difficoltà, ma non sono inseriti nel progetto. Sapendo che le porzioni di cibo sono distribuite a seconda del numero dei membri della famiglia e sono sufficiente per una giornata, è straordinario pensare a questa logica di solidarietà contagiosa, in cui un dono ricevuto si fa nuovo dono incondizionato e gratuito, per il vicino che vive le stesse difficoltà. Vi raccontiamo ancora l’esempio di una famiglia di rifugiati che aveva difficoltà a recarsi a prendere il cibo, ma non avevano il coraggio di dirlo, perché avevano paura di non poter più essere inclusi nel progetto, quindi mandavano un vicino, rifugiato, anche lui in condizione di grande bisogno, che volontariamente si recava a ritirare il pasto per loro, per evitare che lo perdessero. Quest’uomo e la sua famiglia erano in gravi condizioni, ma non ha mai approfittato della situazione per chiedere aiuto né a OPV né alla famiglia di rifugiati che aiutava. Quando i volontari di OPV l’hanno scoperto, lo hanno subito inserito nel progetto.