Il Paese dalle molte emozioni e contraddizioni

Da diversi anni sto seguendo i progetti in Eritrea che il nostro partner locale, le Figlie di S. Anna, gestiscono in modo esemplare. Da altrettanti anni sto collaborando con Stefano, che ce le ha fatte conoscere ed apprezzare, e proprio da lui e dai sui racconti sono stata coinvolta, incuriosita, affascinata.

Sì perché l’Eritrea è un Paese dalle mille contraddizioni e, proprio per questo, capace di scaturire infinite emozioni, spesso contrastanti fra loro.

A settembre sono riuscita a partire per la prima volta così ho potuto finalmente immergermi in un mondo a lungo raccontato, tra persone con le quali avevo avuto al massimo un contatto via mail e delle quali si conoscono talvolta amici e parenti arrivati in Italia dopo mille peripezie.

La prima impressione è stata strana: per la prima volta, arrivando in Africa, uscivo da un aereo senza avere l’impatto quasi “asfissiante” di un clima caldo umido ricco di profumi ed aromi. Era notte, faceva freddo (Asmara è su un altopiano a 2.300 metri d’altezza) e, cosa ancor più insolita, appena usciti dall’aeroporto siamo stati accolti da dei pianti di dolore di familiari venuti a prendere la salma di un loro parente. Stefano ci ha spiegato che questi episodi all’aeroporto purtroppo sono frequenti e ciò mi ha dato molto da riflettere, oltre che intristirmi ed indignarmi.

Il giorno seguente è iniziato invece con la sorpresa di ritrovarmi in una città, Asmara, che era più italiana che africana. Innanzitutto il caffè per colazione, poi le persone che, soprattutto le più anziane, ti si rivolgevano parlando in italiano perché l’avevano imparato ai tempi della colonizzazione e, non da ultimo, la conformazione topografica: strade e palazzi in stile italiano, ciascuna via con nome e numeri civici, costruzioni molto fatiscenti, ormai, ma sicuramente per nulla imbrattate di graffiti o attorniate di immondizia; in Asmara, come in ogni angolo dell’Eritrea, non esiste immondizia buttata per le strade, sono vietati i sacchetti di plastica e tutto viene riciclato nel massimo ordine.

Ma al di là di questi aspetti più esteriori, chi mi ha sicuramente lasciato il segno più indelebile e profondo è la gente. Nobile d’animo (oltre che di portamento), generosa, dignitosa, laboriosa, silenziosa ma dai grandi sorrisi. Certo forse meno coinvolgente, di primo acchito, rispetto alla gente di altre nazionalità dell’Africa subsahariana che ho conosciuto, più espansiva e colorita; ma sicuramente interessante, curiosa e “intrigante” proprio per il suo essere così discreta soprattutto nei tuoi confronti.

Nel corso del viaggio ho avuto modo di incontrare veramente tanti di loro, uomini, donne, bambini ed è sempre stato un “bagno di emozioni”. Ricorderò sempre una bambina in una scuola materna di villaggio che, mentre stava facendo merenda con i suoi  compagni, si è avvicinata a me per offrirmi un pezzetto della sua engera (il pane tipico eritreo)…. era tutto quello che aveva! Oppure i tanti pastorelli che ti saltellavano intorno, assieme alle caprette che portavano al pascolo, nei momenti in cui non erano occupati a scuola. Pareva quasi di essere in un piccolo presepio: la terra arida, le capanne, i pastori, i dromedari, gli asinelli con le greggi e, soprattutto, tanti tanti bambini.

Un luogo quasi bucolico, di pace… ma chi arriva a conoscere pienamente le difficoltà e le sofferenze che quotidianamente questa gente deve affrontare?

Francesca Moratti